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     n. 3 anno 2018

Gli asili nido aziendali

di Ilaria Li Vigni

Recentemente un interessante servizio Rai ha rivelato la storia poco nota di una delle imprenditrici italiane più all'avanguardia del nostro tempo, Luisa Spagnoli, fondatrice della Perugina insieme alla famiglia Buitoni.

Si deve a lei, circa cento anni orsono, l'introduzione in Italia del welfare aziendale al femminile, con la costruzione, nello stabilimento dolciario di Fontivegge (Pg), di uno dei primi asili nido aziendali.

Mentre gli uomini si trovavano al fronte, infatti, erano proprio le donne a portare avanti la celebre azienda di dolciumi di Perugia. Mogli e madri riuscirono nel loro intento anche grazie alla possibilità di allattare i bambini nell'orario di lavoro, senza doversi spostare e senza perdere denaro dallo stipendio, sicure anche che i loro bambini fossero in buone mani e a loro vicini.

L'idea di Luisa Spagnoli fu tanto innovatrice quanto utile, non solo alle lavoratrici, ma anche all'equilibrio e allo sviluppo della stessa azienda.

Oggi, la situazione appare in evoluzione sotto vari punti di vista.

Gli asili nido pubblici sono pochi rispetto alla reale necessità e fin troppo spesso le famiglie costrette a ripiegare sui privati che, in alcuni casi, possono raggiungere rette mensili fino a 600 euro. Costi impensabili anche per una famiglia media con due stipendi. A ciò si aggiungono orari impossibili da far coincidere con quelli delle madri lavoratrici se non con l'aiuto di nonni o babysitter (a pagamento).

Poche fino a qualche anno fa le grandi aziende che hanno seguito l'esempio di Luisa Spagnoli, costruendo asili nido aziendali con persone competenti e rette ragionevoli.

Tra queste aziende virtuose, Azienda Trasporti Milanesi, che ha provveduto alla riqualificazione di aree adibite a depositi aziendali, aprendo tre piccole strutture su diversi punti di Milano (Baggio, Leoncavallo e Precotto) per un totale di 68 posti.

Tra le altre aziende che spiccano nell'incentivare il welfare aziendale al femminile c'è Artsana Group, fondatrice anche del marchio Chicco. L'azienda, nel 2006, ha inaugurato l'asilo aziendale "Il villaggio dei bambini" che accoglie figli dei lavoratori ma anche dei residenti a Grandate, cittadina ove ha sede l'azienda.

Esistono, inoltre, aziende minori che, per creare asili nido aziendali a costi ragionevoli, hanno unito le forze, come "Bambini Bicocca" che ospita i figli dei dipendenti di Università Bicocca di Milano, Pirelli & C spa, Pirelli Real Estate spa e Deutsche Bank AG.

Secondo il rapporto Istat 2016, i nidi all'interno delle aziende italiane sono 212 (sui 4.245 pubblici) e accolgono quasi 7.000 bambini, dato certamente in netto miglioramento rispetto a dieci anni fa, ma non certo risolutorio per la problematica della gestione familiare dei dipendenti.

A vantare tali servizi di welfare aziendale sono, soprattutto, grandi gruppi come Fiat, Geox, Nestlé, ma non mancano università e aziende del settore pubblico come Inail e Inps.

Ma il punto di vista sugli asili nido aziendali si sta leggermente modificando in questi anni.

Vi sono aziende che investono ancora energie economiche sugli asili, Unicredit ha recentemente inaugurato il quinto spazio bebè per i figli dei dipendenti lo scorso settembre, e altre multinazionali che, recentemente, hanno deciso di abbandonare il progetto, Microsoft Italia, a breve, dirà addio alla storica sede milanese e nella nuova location non troverà posto il nido.

Questa ambivalenza è la spia di un'importante riflessione, nelle aziende, con riferimento ad una forma di welfare che sembrava dover cambiare la vita delle mamme lavoratrici, ma che, spesso, diventa uno strumento di difficile gestione per la vita familiare.

Infatti, i tempi di permanenza di un bambino in un asilo nido non possono essere, fisiologicamente, equiparati alle otto ore lavorative giornaliere del genitore, obbligando, quindi, in ogni caso la famiglia ad organizzare il trasferimento a casa, indipendentemente dagli orari di lavoro dei genitori, con conseguente intervento necessario di familiari o babysitter a pagamento.

Inoltre, nella grande maggioranza, i nidi aziendali hanno costi pressoché equiparabili agli asili privati, con l'aggiunta della distanza dall'abitazione che rende complessa la collaborazione di terze persone nella gestione del bambino.

Ma vi è di più.

Il vero strumento di welfare, in tempi di lavoro flessibile come gli attuali, è offrire alle dipendenti maggiore libertà di tempi per organizzare al meglio la conciliazione casa-lavoro.

Se oggi si chiede a una madre se preferisce il nido in azienda o la flessibilità di spazio e di tempo dello smartworking, probabilmente, sceglierà la seconda perché meglio tutela il ritmo di vita familiare, non obbligando il figlio a "timbrare il cartellino" all'asilo nido e preservandone salute e crescita.

Ciò non toglie che, soprattutto in realtà aziendali in cui il lavoro flessibile è concretamente più complicato, gli asili nido aziendali debbano essere implementati, magari favorendo anche forme di organizzazione logistica per accompagnare i piccoli a casa ad una cert'ora, così agevolando i genitori e non gravando eccessivamente sui costi di una famiglia.

Insomma, in tempi di grandi mutamenti sociali e lavorativi, sarà opportuno anche immaginare e progettare nuove forme di welfare che concretamente aiutino le mutate esigenze del lavoratore, così favorendo il singolo ed incrementando il benessere ed il profitto dell'intera azienda.

avv. Ilaria Li Vigni, Studio Legale Li Vigni 

 

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