hronline
     n. 13 anno 2018

Dalla gestione dello stress alla stress balance

di Susanna Lenardon

Da tempo la comunità scientifica si interroga sulla relazione esistente tra stress e malattie cardiovascolari. Pur conoscendo l'esistenza di interazioni tra vissuto psicologico e reazioni fisiche ed il conseguente sviluppo di disturbi psicosomatici, finora non si era ancora riusciti a raccogliere dati sufficientemente organici per giungere ad una conclusione.

L'articolo "Relation between resting amygdalar activity and cardiovascular events: a longitudinal and cohort study", curato da Ahmed Tawakol e colleghi, pubblicato su The Lancet nel 2017 (allegato in pdf), arriva finalmente ad alcune conclusioni che ci aiutano a definire in modo più preciso il peso dello stress sulle malattie cardiovascolari. L'articolo conclude esplicitamente che "lo stress cronico potrebbe essere trattato come un importante fattore di rischio di malattie cardiovascolari su cui fare screening di routine come per gli altri fattori di rischio cardiovascolare. Il nostro studio mostra, per la prima volta, una relazione tra l'attività del tessuto neurale e i successivi eventi cardiovascolari e suggerisce che la rete Salience del cervello, il midollo osseo e l'infiammazione arteriosa formano insieme un asse che può accelerare lo sviluppo di malattie cardiovascolari. Inoltre, i nostri risultati suggeriscono la possibilità che gli sforzi per ridurre lo stress psicologico possano produrre benefici che si estendono oltre ad un senso di accresciuto benessere psicologico, e possono avere un impatto benefico sull'ambiente ateriosclerotico".

La gestione dello stress è quindi un argomento "spinoso" su cui le aziende stanno faticosamente lavorando: se da un lato è importante evitare che vi sia un eccesso di pressione sui dipendenti, dall'altro, al giorno d'oggi, è quasi impossibile creare contesti in cui l'attività proceda in modo regolare e rilassante.

Tra l'altro cancellare del tutto lo stress può essere controproducente. È stato dimostrato in più contesti che tra livello di attivazione e prestazione esiste una relazione a U rovesciata (legge di Yerkes-Dodson): errori, disattenzioni, difficoltà nella presa di decisione sono presenti sia quando lo stress è troppo elevato sia quando ci sono lunghi periodi di monotonia. Di per sé quindi lo stress, fino ad un certo livello, non è negativo e consente allepersone di reagire prontamente agli eventi. È proprio grazie all'attivazione fisica che siamo in grado di far fronte a situazioni complesse: il rilascio di ormoni e il coinvolgimento del sistema nervoso garantiscono una particolare condizione di forza e concentrazione.

Una volta passata la fase di "emergenza", corpo e mente richiedono un periodo di pausa per recuperare le energie spese nella fase precedente e "smaltire" i residui inutilizzati durante la fase di attivazione.

Se gli eventi minaccianti o sfidanti si manifestano con un ritmo che rispetta questa regola, possiamo considerare lo stress non solo non pericoloso, ma anche costruttivo nella vita personale e professionale delle persone.
Se però lo stress supera il limite sostenibile dall'individuo ci si trova di fronte ad una spirale patologica.

Quando lo stress supera una certa soglia e la situazione si protrae nel tempo quindi:

  • le persone lavorano "male": se una quantità equilibrata di stress migliora la prontezza e la concentrazione, l'eccesso porta ad agire in modo più caotico e con minore attenzione.
  • Lo stato mentale è meno lucido e questo ha impatto sulla qualità delle decisioni e sulle performance con un aumentato il rischio di errori e di «incidenti» di percorso
  • le persone possono manifestare disturbi psicosomatici più o meno gravi (dalla tachicardia all'ipertensione, dalla nausea alla gastrite, dalla cefalea tensiva ai crampi muscolari,...) e questo diventa un affaticamento per la persona così come un costo indiretto per l'azienda.

 

Lo stress tende ad alimentarsi e ad aumentare finché non si riesce ad intervenire interrompendo la spirale negativa.

Una delle strade più percorse in questi anni è stata quella dei corsi di Gestione dello Stress che in genere agiscono attraverso una giornata di aula sul tema. Il livello su cui ci si è mossi era quindi estremamente cognitivo. Il punto è che lo stress, come abbiamo detto, non è solo una questione razionale, non è sufficiente capire come funziona per stare meglio.

Lo stress è una reazione psicofisica complessa, si attiva, agisce e rischia di diventare patologica coinvolgendo, in tutte le fasi, piani diversi: psicologico, mentale, fisico. Oggi preferiamo quindi parlare di STRESS BALANCE (Bilanciamento dello Stress), un approccio multifattoriale che non cerca di ridurre lo stress a tutti i costi o di controllarlo con strategie razionali predefinite ma di portare le persone a convivere efficacemente con le situazioni difficili.

È possibile interrompere la spirale negativa

  • imparando a rileggere gli eventi togliendo loro la connotazione di "minaccianti"
  • imparando a controllare gli stati di attivazione fisica
  • imparando strategie per attivare gli ormoni del benessere.

Nello specifico, i progetti di Stress Balance lavorano sulla ridefinizione dei fattori che producono stress (attraverso un accompagnamento psicologico individuale), sul controllo della propria mente (attraverso sessioni di Mindfulness) e sulla regolazione dell'attivazione fisica sfruttando l'effetto degli "ormoni del benessere", le endorfine, (attraverso un percorso di rieducazione motoria).

Susanna Lenardon è Senior Consultant HR. Psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni, ha lavorato con ISMO, società di consulenza di taglio psicosociale, e MIP - Politecnico di Milano, Business school del Politecnico di Milano e come collaboratrice alla didattica presso Politecnico di Milano, Iulm, Università Cattolica del Sacro Cuore. Oggi è libera professionista e coordinatrice del network Prospettiva HR.

Articolo The Lancet feb 2017