hronline
     n. 15 anno 2018

Celodurismo e gestione delle organizzazioni complesse

di Paolo Iacci

"Ho saputo che hai litigato con tua moglie. Com'è andata a finire?"
- "Sapessi, è venuta da me in ginocchio!"
- "Ah, sì? E cosa ti ha detto?"
- "Vieni fuori da sotto il letto, vigliacco!"

In questi anni di diffusione capillare della rete stiamo assistendo a un fenomeno paradossale: tanto più le persone hanno la possibilità di informarsi e confrontarsi tra loro, tanto più ci si divide e non si ha voglia di capire davvero le opinioni altrui. Bianchi contro neri, uomini contro donne, guelfi contro ghibellini, ricchi contro poveri, ignoranti contro istruiti, popolo contro casta... le vie della polarizzazione sono pressoché infinite e grazie a questo metodo non c'è causa che non possa essere perorata e vinta (solo a parole, sia ben chiaro).
Dalla politica alla religione, dalla cultura alle ideologie, passando per il colore della pelle, il luogo di nascita, il ceto.Qualunque cosa è motivo di schieramento oppositivo, di pregiudizio e di presa di posizione aprioristica.
In questo nuovo scenario sembra prevalere l'uomo polarizzato, il tifoso, l'ultrà di qualsiasi genere di ideologia, di partigianeria o addirittura di fanatismo.
Noi tutti siamo investiti da una forzata polarizzazione, in politica, nella società, nella cultura, nei comportamenti quotidiani. La buona educazione sembra un orpello stantio, le ragioni dell'altro inesistenti, il celodurismo impazza, l'epiteto sembra essere segno di determinazione e intelligenza.
Viviamo una sorta di perenne contraddizione: da un lato noi tutti tendiamo a vedere le cose in bianco e nero, cercando una verità assoluta che ci possa portare a dire un Sì o un No convinti, irrevocabili e definitivi.Dall'altro, però, molto più che qualunque altra creatura vivente siamo in grado di poter vedere le infinite sfumature del mondo, i suoi eterni distinguo, la gamma di grigi che c'è tra il bianco e il nero, tra la civiltà e la barbarie, tra sé e gli altri.
In un momento di disorientamento e di difficoltà collettiva stanno prevalendo l'emotività e il pensiero unico. Molto più rassicurante sapere che noi siamo nel giusto e tutti gli altri sbagliano; l'altro è il nemico da cui difendersi, da annientare.
Dopo secoli e millenni di "buio analogico", tuttavia, è possibile oggi vivere una nuova "luce digitale".La grande opportunità della rete è racchiusa nella consapevolezza che non possono esistere il bianco e il nero senza le infinite sfumature che passano tra l'uno e l'altro e che queste sono indispensabili per definire un pensiero che non sia schiavo del pregiudizio e del partito preso, ma che possa interagire con altre idee e altre persone in modo libero e proficuo, avvicinando anziché dividere.
Perfino un orologio rotto segna l'ora giusta almeno due volte al giorno: com'è possibile pensare che questo non valga anche per i nostri avversari? E davvero dobbiamo per forza considerarli sempre come tali?!
Approcciare la cosiddetta rivoluzione digitale con un atteggiamento divisivo è il modo peggiore per avvicinarci a un futuro che ci richiederà apertura ed elasticità mentale. Il celodurismo non può avere cittadinanza nelle organizzazioni complesse.
Chi ha il compito di gestire le persone nelle organizzazioni è per sua natura inclusivo. Le organizzazioni sono fatte da tutti, non solo da chi ci piace o da chi ha le nostre stesse idee. Noi dobbiamo fare in modo che tutti si possano sentire a casa loro affinché sviluppino al massimo le loro potenzialità.
Le nuove tecnologie, inoltre, attenuano i tradizionali rapporti gerarchici a favore di transazioni più orizzontali: questo sottolinea ancor di più la necessità di fare squadra con tutti, di accettare le differenze, di abbandonare ogni tentazione di inutile ostentazione "virile". Si tratta di opporsi a una deriva culturale, di rafforzare un atteggiamento conciliante e non divisivo.
Il tifoso va bene solo allo stadio, l'ultrà neanche lì.

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