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     n. 6 anno 2025

«We foster diversity and inclusion, dignity and respect»
È l’impegno formale che avevano preso alcune corporazioni americane ora stracciato

di Gabriele Gabrielli

di Gabriele Gabrielli

Ritorno a scrivere brevemente di diversità, equità e inclusione, tema su cui ho proposto recentemente una riflessione. Le scorse settimane, come noto, hanno registrato un cambiamento di clima a riguardo. Con un certo stupore, infatti, abbiamo letto notizie che raccontavano il susseguirsi quasi quotidiano di annunci, da parte di grandi aziende e multinazionali oltreoceano, che comunicavano la decisione di ridurre drasticamente, se non addirittura di cancellarlo, il proprio impegno nei confronti di progetti adottati sulla DE&I. L’obiettivo che si voleva perseguire era costruire condizioni di opportunità per tutti nei luoghi di lavoro e contribuire in questo modo a ridurre le disuguaglianze crescenti nella società.
Un impegno che implementava la visione di quasi 200 tra le maggiori corporation americane che, raccolte intorno all’associazione Business Roundtable, hanno sottoscritto nell’estate del 2019, aggiornandola, una nuova dichiarazione sullo scopo di una società
Nel punto indicato con l’etichetta Investire nei nostri dipendenti veniva dichiarato l’impegno a corrispondere «una retribuzione equa e con l'offerta di benefit importanti». Non solo, perché aggiungeva subito dopo: «Promuoviamo diversità e inclusione, dignità e rispetto (We foster diversity and inclusion, dignity and respect)».
Per curiosità sono andato a visitare nuovamente la pagina del sito dell’associazione riferita a questa decisione e, tra i primi sottoscrittori, noto che ci sono Accenture, Amazon, Apple, corporazioni che prontamente sono state tra le prime a dimenticare quanto sottoscritto soltanto pochi anni prima.

Allo stupore può capitare che si affianchi allora anche una certa stizza che domanda: ma la reputazione? Nelle università e business school si insegna che essa rappresenta uno dei fattori strategici di business più significativi. Cosa sta succedendo? Non rispettare quanto promesso («we commit to») non vuol dire più nulla? 
Oltre allo stupore e alla stizza, in verità, qualcuno prova anche timore. Riguarda la paura che il cambiamento repentino, proclamato con grande decisione, possa mettere in crisi anche il lavoro delle funzioni HR e l’impegno dei manager in tale direzione. 
La discussione che si sta sviluppando ci sta facendo capire però, almeno per ora, che il fattore cultura e le dimensioni di contesto sono importanti; insomma, un conto sono gli Stati Uniti, un altro conto sono i paesi dell’Unione Europea che hanno condiviso nel tempo idee precise, policy, raccomandazioni per valorizzare pratiche di diversity, equity e inclusion. Non c’è da temere, dunque, perché malgrado tutto nel nostro continente ha attecchito una cultura che funzionerà come un antidoto per resistere ai germi che da qualche settimana si stanno diffondendo.
La cultura infatti è un argine importante, porta con sé stabilità, costruisce barriere all’ingresso per fenomeni che minerebbero altrimenti l’identità generata dalla collettività e grazie all’azione dei soggetti e agli esiti delle dinamiche istituzionali, organizzative e sociali che si sviluppano al suo interno e al suo esterno.
È proprio questo insieme di fattori e dimensioni che fa emergere quel complesso processo capace di costruire nel tempo un’interpretazione condivisa della realtà. Ma questa argomentazione non può non aprire una riflessione anche sulla leadership. Per dirla in parole semplici la questione che si pone è questa: la cultura sarà pure un argine ma resisterà se non sarà sostenuta da chi guida le imprese?
La domanda che ci possiamo porre allora è: qualè l’atteggiamento dei leader delle imprese “a casa nostra”? Stanno prendendo posizione e in che modo? Si stanno esponendo pubblicamente oppure lanciano segnali all’interno mettendo in agitazione e interrogando quanti credono che il rispetto, la gestione e valorizzazione della diversità dovrebbero tradursi in orientamenti inclusivi? 
Sarebbe importante ricercare le risposte e conoscere che aria tira davvero nelle imprese, ci farebbero anche capire se la sostenibilità continua ad essere un punto rilevante nell’agenda dell’impresa, oppure un impegno da scolorire e ridimensionare.
In attesa di scoprirlo nelle prossime settimane, val la pena condividere un pensiero edificante di Edgar Morin: «L’unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell’unità umana. Quali sono le aspirazioni di ogni essere umano, che si rivelano nelle condizioni storiche più differenti? È il bisogno di sviluppo personale in seno a una comunità organica alla quale si appartiene».

 

Gabriele Gabrielli
Coach e consulente è Founder e Ceo di Studio Gabrielli Associati Srl e di People Management Lab S.r.l Società Benefit e BCorp certificata.Ideatore e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona ETS, è professore a contratto di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università Luiss Guido Carli e di Remunerazione e gestione delle risorse umane all’Università Europea di Roma dove è anche direttore del Master di 1^ livello in Sustainable HRM. I suoi lavori più recenti sono: Ridisegnare il lavoro, 2022; Rigenerare la dignità del lavoro, 2023 e La società tra prestazione e relazioni, tutti per l’editore Franco Angeli. 

 

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